Diana Russell, l’importanza delle parole.

Dei suoi numerosi libri soltanto uno é stato tradotto in italiano “La politica dello stupro”. Sociologa sudafricana naturalizzata statunitense ha impegnato tutta la sua esistenza all’analisi dei paradigmi della violenza maschilista, a cominciare dalla pornografia, di cui a lei non sfuggì affatto il nesso causale allo stupro, fino all’incesto ed ovviamente alla manifestazione più estrema dell’odio maschile contro le donne, cioé il “femminicidio”, termine noto nel mondo anglo-sassone fin dal 1800, misteriosamente poco usato e da lei ridefinito sia sociologicamente che giuridicamente.

articolo di Patrizia Cordone© agosto  2020 Luoghi di Donne, il blog di Patrizia Cordone©. Tutti i diritti d’autore riservati. Si vieta tassativamente l’uso del “copia-ed-incolla” di tutti gli articoli riportati dal presente sito ai sensi delle disposizioni di legge a protezione dei diritti d’autore – copyright. Le infrazioni sono perseguite presso l’Autorità giudiziaria.

 Tutti i suoi studi sono stati l’esito di ricerche sociologiche, di interviste a donne vittime di violenza e del confronto con l’ambiente femminista; sono numerosi i suoi libri attinenti lo stupro, i maltrattamenti coniugali, l’incesto e la pornografia. Contestualmente e ragionevolmente il suo interesse si é spostato anche sugli effetti traumatici dei crimini maschilisti e della loro riparazione. Nata in Sudafrica nel 1938, dopo il conseguimento della laurea si trasferì nel 1957 in Gran Bretagna, a Londra, dove nel 1961 si specializzò in scienze sociali e amministrazione presso la London School of Economics and Political Science con il massimo dei voti. Due anni dopo decise il suo trasferimento negli Usa per l’ottenimento del dottorato interdisciplinare presso l’università di Harvard, essendole chiara la strada da percorrere: lo studio della psicologia sociale e la sociologia. Inizialmente l’attenzione speculativa conseguiva alla sua militanza del movimento anti-apartheid in Sudafrica, a cui aveva partecipato ed a causa della quale era stata arrestata. Al termine del corso divenne ricercatrice associata presso la Princeton University. Nel 1968 sposatasi con uno psicologo incaricato presso l’università di  San Francisco, si trasferì in California, dove ottenne l’incarico  di assistente docente di sociologia al Mills College, una scuola privata per donne ad Oakland, dove rimase per ventidue anni, esperienza, che si rivelò  fondativa dei suoi studi futuri. Fruì di una notevole libertà di insegnamento, aggiungendo altre discipline al programma delle studentesse, quali la storia del femminismo ed il sessismo, altresì avviando delle specializzazioni ulteriori.

La-Politica-Dello-Stupro-Russell-1976L’approfondimento di queste tematiche arricchito dal confronto con le studentesse avviò la sua attenzione verso la violenza sessuale e tutte le manifestazioni dello sfruttamento sessuale, che costituirono la materia principale sia del suo lavoro accademico che in quanto saggista. In base alle sue ricerche  ridefinì lo stupro non come un comportamento sociale deviante, bensì come la manifestazione peggiore del maschilismo e del modello di virilità. Nel 1975 “The Politics of Rape”, tradotto in italiano l’anno successivo con il titolo “La politica dello stupro“, fu uno dei primi tentativi di analisi rivoluzionarie secondo i canoni accademico-culturali fino ad allora assunti, proprio per questo motivo riscontrò molto interesse da parte dell’ambiente femminista. A ciò non disgiunse l’attenzione verso i traumi conseguenti alla violenza sessuale ed in genere ai crimini maschilisti inferti alle donne.

Già nel 1974, l’anno precedente alla pubblicazione del suo primo libro, era riuscita a mobilitare altre femministe,  intento finalizzato all’organizzazione di un incontro mondiale con altre  donne svoltosi nel 1976 a Bruxelles denominato il crimini contro le donne“Primo tribunale internazionale per i crimini contro le donne”, un congresso durato quattro giorni con l’apporto di duemila relatrici, provenienti da quaranta paesi, su specifici temi dell’oppressione e della discriminazione maschilista. Partecipò anche Simone de Beauvoir, alla quale fu affidato il discorso introduttivo: “saluto il Tribunale internazionale come l’inizio della radicale decolonizzazione delle donne”. L’importante iniziativa fu documentata da “Crimes against women: the proceedings of the international tribunal”, oltre che da lei curato da Nicole Van de Ven, femminista belga e pubblicato lo stesso anno. Proprio in occasione di questo evento Diana Russell riadottò il termine “femminicidio”, caduto in disuso. Era già comparso nel libro “A satirical view of London at the commencement of the nineteenth century”, scritto  da J. Corry, uno storico e topografo irlandese, nel 1801; nel “Law lexicon”, il lemmario dei giuristi, editato nel 1848.  E’ certo anche, che attorno agli anni settanta del ventesimo secolo Carol Orlock, giornalista femminista, di cui sfortunamente sono carentissime le notizie biografiche nonché scrittrice statunitense di importanti libri anche riguardo la mitologia femminile, purtroppo mai tradotti in italiano, stava approntando un testo sulla storia del femminicidio, proprio usando il termine coniato un secolo prima dallo studioso irlandese. Il libro non fu mai completato, tuttavia Diana Russell era a conoscenza di questo progetto, tentò di mettersi in contatto con Carol Orlock, ma senza riuscirci.  Si sa essere di fondamentale importanza l’uso esatto del nominare, ancora di più in ambito femminista per la collocazione e la ridefinizione dei rapporti di forza maschilista a svantaggio delle donne, seguendo un percorso preciso di decostruzione delle mistificazioni come sempre  sia fuorvianti che illusorie, non si tratta di un mero esercizio di linguistica astratta, ma di riappropriazione del proprio vissuto nominando l’estraniazione agìta di sé contro la propria volontà. Da sociologa lei ne era consapevole perfettamente, in quanto femminista ancora di più, avvertì la necessità di politicizzare al massimo il termine “femminicidio” inteso riferito esattamente all’uccisione delle donne proprio in quanto donne da parte degli uomini, la manifestazione più estrema tanto di dominazione che di odio maschilista e misogino portato alle estreme conseguenze.

A partire dal 1977 proprio considerata l’ottica del disprezzo maschile, intervistando quasi un migliaio di donne vittime di violenze sessuali, anche coniugali ed incesti, avviò più ricerche di studio simultanee, esitate con  le pubblicazioni di “Rape in marriage” del 1982,  “Sexual exploitation: rape, child sexual abuse e workplace harassment” del 1984, “The secret trauma: incest in the lives of girls and women” del 1986 e fondò “Women united against incest”, un’associazione a favore delle vittime di incesto nel 1993. Ovviamente dal suo campo di applicazione affrontò molto criticamente il fenomeno della pornografia propedeutica e funzionale all’immaginario maschilista della violenza sessuale, co-fondando assieme ad altre femministe il “Wavpm”, “Women against violence in pornography and media” e fu tra le prime a pubblicare una dissertazione meritoria nel 1977, seguita da “Making violence sexy: feminist views on pornography”, un’antologia sulla pornografia del 1993 e da “Against pornography: the evidence of harm” del 1994, con cui ha documentato il nesso causale tra l’esposizione dei maschi alla pornografia e la correlata predisposizione alla violenza sessuale.

Di ulteriore fondamentale importanza fu “Femicide: the politics of woman killing” del 1992, con cui si affermò anche all’estero grazie a Marcela Legarde, antropologa messicana, infatti proprio a partire dalla diffusione di questo libro lentamente il termine “femminicidio” sia nella sua accezione giuridica che sociale, secondo cui l’uccisione della donna va intesa essere l’ultima tappa di un’escalation maschilista,  si é diffuso, in Italia più tardivamente, soltanto nel 2008. Newl 2020 all’età di ottantun anni é scomparsa Diana E. H. Russell ad Oakland, dove aveva vissuto prevalentemente dopo il suo trasferimento dalla Gran Bretagna.

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